Raccontare la nostra storia è sempre stato un sogno nel cassetto che, per paura e forse anche vergogna, non ho mai fatto. Perchè, in fondo, scrivere di sè significa aprirsi e lasciare entrare chiunque e farlo non è così semplice, come pensarlo.
La nostra storia non è affatto semplice, gli anni trascorsi sono stati meravigliosamente intensi ma anche estremamente faticosi, spesso i progressi raggiunti sono stati cancellati con un colpo di spugna da eventi non dipendenti da noi e vi assicuro che le giornate NO sono state davvero tante.
Prima di inziare però, voglio fare una piccola premessa e voglio sottolineare che quello che leggerete vuole, solo, essere una pacca sulla spalla, quella che avrei, tanto, voluto ricevere qualche anno fa. Vorrei che leggendomi riusciste a sentirvi meno soli, oppure che riusciste a vedere con altri occhi quello che ad oggi percepite come sbagliato, perchè, credetemi, può fare una grande differenza per i vostri figli ma anche per voi.
Mi auguro di arrivare ai vostri cuori e alle vostri menti, spero che attraverso le mie parole voi possiate sentirvi capiti, ma, soprattutto, spero possiate conoscere e comprendere, così che magari un giorno, quando incontrerete una mamma come me, con un figlio come il mio, abbozzerete un sorriso di comprensione invece che una smorfia.
Perchè tra tutte le difficoltà che si affrontano ogni giorno, il giudizio del resto del mondo, pesa come un macigno sulle nostre spalle ma anche sul nostro cuore.
Quando N. è nato eravamo completamente impreparati a quello che sarebbe avvenuto dopo. Nessuno ti prepara a livello emotivo a cosa significa essere genitori e noi ci siamo ritrovati all'interno di una tempesta fin da subito.
Le fasi sono state diverse in questi anni, ma la Disregolazione emotiva ha fatto irruzione in casa nostra senza preavviso, sbattendoci la porta di casa sul naso ma, soprattutto, senza essere mai stata invitata. Deve essersi anche trovata molto bene, perchè una volta accomodata è rimasta con noi praticamente sempre. E' cresciuta, è cambiata, forse a volte si è fatta più piccola, dandoci l'illusione di aver finalmente fatto le valige, ma alla fine è sempre rimasta con noi. L'abbiamo odiata, combattuta, ignorata, ma alla fine l'unica soluzione è stata quella di accettarla, comprenderla e conviverci.
La prima volta si è presentata alla porta sotto forma di rabbia esplosiva, N. aveva solamente 4 anni, ma aveva una rabbia che mai avremmo pensato potesse stare il quel piccolo bambino dai capelli biondi e dagli occhioni azzurro cielo. Me li ricordo i suoi occhi sapete? Occhi smarriti e spaventati di chi chiede aiuto, un aiuto che noi non eravamo in grado di dargli. Molto presto abbiamo capito che il mondo esterno per lui era davvero troppo, che lo metteva a dura prova e lui non risuciva a gestire tutte le emozioni che ne derivano.Vi faccio un esempio per farvi capire meglio:
Prendete una bottiglia di acqua frizzate, agitatela più che potete ed infine apritela. Ecco quello era N. a 4 anni. Un bambino sicuramente frizzante e vivace, ma che con gli stimoli del mondo esterno esplodeva in ogni contesto della sua vita. La gestione della sua rabbia e frustrazione è stata ovviamemente affidata a persone competenti e nell'arco di qualche anno, la rabbia si è concentrata solamente tra le mura domestiche dove lui si sentiva al sicuro. In pratica è come se quella bottiglia di acqua frizzante si aprisse solamente una volta chiusa la porta di casa. Vi lascio immaginare la nostra stanchezza e fatica a gestire tutto questo, ma anche la sua frutrazione nel non capirsi.
Abbiamo trattato la disregolazione emotiva come un ospite indesiderato per molto tempo, vergognandoci e incolpandoci delle crisi di N. tra le mura domestiche. Nulla sembrava funzionare, ogni strategia finiva per essere una bolla di sapone e noi eravamo ormai in un vortice di sensi di colpa, di ansie e paure verso un figlio, che non riuscivamo ad aiutare.
La sua disperazione era la nostra sconfitta più grande. Durante le sue crisi, i suoi occhi azzurri mi guardavano e imploravano aiuto, erano rossi, sbarrati e spaventati. Dalla sua bocca uscivano gli insulti più disparati, tutti rivolti a me principalmente, ma i suoi occhi...i suoi occhi mi chiedevano qualcosa che io non ero in grado di dargli.
Ho fatto tanti sbagli duranti i primi anni di vita di N. non sono riuscita a comprendere e a leggere quegli occhi che si fidavano di me, non sono riuscita a fornirgli un “porto sicuro” e lui ha iniziato a sviluppare la convinzione di essere sbagliato, strano e di non essere degno di vivere.
La prima volta che mi ha detto “io voglio morire” aveva 4 anni.
Ricordo tutto di quel momento, dove fossimo, il suo viso e i suoi occhi, ma soprattutto ricordo la mia paura o meglio il mio terrore. Come poteva un bambino di soli 4 anni pensare alla morte?
Ricordo di avergli chiesto perchè: “perchè sono cattivo e non mi vuole nessuno”.
Nessuno mi aveva prepara a tutto questo. Nessuno mi aveva spiegato come si affrontano questi momenti.
Questi anni sarebbero stati completamente diversi, non più semplici o meno faticosi, ma semplicemente diversi, se avessi avuto la conoscenza e la comprensione che ho oggi.
Sono certa che avrei potuto alleviare la sofferenza di mio figlio in questi anni.
Vorrei riavvolgere il nastro e tornare a quella mattina, in bagno, dove quello scricciolo biondo dagli occhi azzurri ha affidato a me la sua sofferenza.
Perchè adesso saprei accoglierla.